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Sono entrato a far parte della Catholic Digital Commons Foundation.

C’è un momento, nella vita professionale di ognuno, in cui una collaborazione smette di essere solo un’opportunità e diventa qualcosa di più difficile da descrivere. Qualcosa che assomiglia a un senso di appartenenza. Quello che ho provato quando ho ricevuto la conferma del mio ingresso nel Consiglio Consultivo Tecnico della Catholic Digital Commons Foundation (CDCF) è stato esattamente questo.

Non è retorica. È che raramente mi è capitato di incrociare, nello stesso soggetto, tre cose che per me contano davvero: la tecnologia come strumento al servizio della persona, la comunità come motore del cambiamento, e una visione del mondo che non considera la fede e l’innovazione come termini in contraddizione.

Cos’è la Catholic Digital Commons Foundation

La CDCF è una fondazione internazionale no-profit che promuove e sviluppa progetti open source a servizio della comunità cattolica mondiale. Non è un’organizzazione che si limita a “parlare di digitale” in ambienti ecclesiastici. È una realtà concreta, fatta di ingegneri, sviluppatori, teologi, sacerdoti e professionisti del settore tech che costruiscono strumenti reali: API per il Calendario Liturgico, piattaforme per la gestione parrocchiale, app per l’esame di coscienza, strumenti di evangelizzazione digitale.

A guidarla c’è un Consiglio di Amministrazione di rilievo: Taylor Black, President e Direttore AI nell’Ufficio del CTO di Microsoft; Andrew DeBerry, Tenente Colonnello e già responsabile dell’AI responsabile in Meta; Fr. John R. D’Orazio, sacerdote romano e sviluppatore principale; Eugenio Zucal, CEO di AiWorkify e docente universitario.

Accanto al Consiglio di Amministrazione operano un Consiglio Consultivo Ecclesiale — composto da sacerdoti, teologi e figure di alto profilo della Chiesa cattolica internazionale — e un Consiglio Consultivo Tecnico, al quale ho l’onore di prendere parte.

Chi c’è nel Consiglio Tecnico (e perché la compagnia conta)

Quando entri in un gruppo, la prima cosa che fai è guardare chi c’è accanto a te. E qui la compagnia è, per usare un termine preciso, notevole.

Diglio Simoni, Membro Distinto del Personale Tecnico presso Wipro e vincitore del NASA Outstanding Achievement Award. Molly Burhans, cartografa e fondatrice di GoodLands, Giovane Campionessa della Terra delle Nazioni Unite nel 2019. Randy Danielson, Principal Software Engineer Lead in Microsoft Azure. Jeff Geerling, autore di riferimento per l’open source e fondatore di Open Source Catholic. Damien Riehl, avvocato, tecnologo e musicista che ha composto computazionalmente oltre 471 miliardi di melodie. E altri ancora, con background che spaziano dall’HPC alla governance dell’AI, dallo sviluppo cloud all’ingegneria del software.

Non è un elenco che cito per compiacenza. Lo cito perché dice qualcosa di preciso sulla natura di questo progetto: non è un’iniziativa simbolica, non è una dichiarazione di intenti su carta. È un ecosistema reale, con persone che sanno fare le cose.

Il mio ruolo e quello che porto

Nel documento ufficiale della fondazione sono presentato come Ingegnere delle Telecomunicazioni e Docente di AI. È una sintesi accurata, anche se inevitabilmente parziale come tutte le sintesi.

Insegno Intelligenza Artificiale e Ingegneria della Sostenibilità presso la Pontificia Università Antonianum di Roma, e per quasi un decennio — dal 2016 al 2024 — ho tenuto cattedra di AI e Robotica Cognitiva presso la Pontificia Università Urbaniana. Sono professore incaricato di Informatica presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Opero come CTU presso il Tribunale di Cassino e come DPO diocesano. Il filo conduttore è sempre lo stesso: portare competenza tecnica in contesti dove la tecnologia ha un impatto diretto sulla vita delle persone e delle istituzioni.

È esattamente ciò che la CDCF fa, su scala internazionale. E questo è il punto di convergenza che ha reso questo ingresso non solo professionale, ma anche — permettetemi di dirlo — personalmente significativo.

Tecnologia e fede: una tensione che non ho mai sentito

C’è un pregiudizio diffuso secondo cui occuparsi di AI e di innovazione digitale in contesti cattolici sia una forma di contraddizione, o nel migliore dei casi una curiosità marginale. Ho sempre pensato che questo pregiudizio dica molto di più su chi lo nutre che sulle realtà che descrive.

La CDCF esiste precisamente per dimostrare il contrario: che si può costruire tecnologia eticamente fondata, utile alla comunità, aperta e accessibile, senza che questo entri in conflitto con una visione del mondo che mette la persona al centro. Open source non è solo un modello di sviluppo software. È anche un modo di intendere la conoscenza come bene comune. Ed è un’idea che, se ci pensate, ha radici culturali molto più antiche di Linux.

Cosa viene dopo

Non ho ancora una risposta definitiva su cosa produrrà concretamente questo mio coinvolgimento nella CDCF. Le collaborazioni vere si costruiscono nel tempo, con il lavoro quotidiano, non con le dichiarazioni di principio.

Quello che so è che entro in questo progetto con una convinzione: che la tecnologia digitale, quando è progettata con serietà e con un’etica chiara, può servire la comunità in modi che ancora non sappiamo immaginare del tutto. E che farlo insieme — con persone che vengono da contesti diversi, da paesi diversi, da discipline diverse — è la condizione necessaria perché questo accada.

Se volete saperne di più sulla fondazione, il sito ufficiale è catholicdigitalcommons.org. Vale la pena una visita.

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