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Data center sostenibili: il rating UE porta energia e acqua nelle scelte digitali

Il cloud e l’intelligenza artificiale sembrano servizi immateriali, ma dipendono da infrastrutture fisiche che consumano elettricità, usano acqua per il raffreddamento e interagiscono con reti energetiche e territori. Per questo il nuovo pacchetto europeo sull’efficienza dei data center, adottato dalla Commissione il 21 settembre 2026, non riguarda soltanto gli operatori delle grandi infrastrutture: cambia il modo in cui imprese e pubbliche amministrazioni possono valutare la sostenibilità dei servizi digitali che acquistano.

La novità centrale è un sistema comune di rating con etichetta elettronica. L’obiettivo è rendere confrontabili dati che finora erano difficili da leggere fuori da un perimetro strettamente tecnico. La Commissione collega esplicitamente il rating anche a decisioni di procurement più informate. Per chi seleziona servizi cloud, colocation, hosting o capacità di calcolo per l’AI, la sostenibilità può quindi passare da dichiarazione generica a criterio verificabile.

Che cosa ha adottato davvero la Commissione

Il pacchetto europeo sull’efficienza energetica dei data center è composto da tre elementi distinti. Il primo è un rapporto al Parlamento europeo e al Consiglio sui dati raccolti e sulle possibili misure successive. Il secondo è il regolamento delegato che istituisce il rating comune. Il terzo è una consultazione sugli eventuali standard minimi di prestazione.

Questa distinzione evita un equivoco importante. Il rating è stato adottato dalla Commissione attraverso un regolamento delegato e il testo prevede l’entrata in vigore venti giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Gli standard minimi, invece, non sono già un nuovo obbligo operativo: la Commissione sta raccogliendo osservazioni fino al 14 dicembre 2026 e indica il secondo trimestre del 2027 per la proposta finale.

Il percorso non parte da zero. La direttiva europea sull’efficienza energetica ha introdotto obblighi di monitoraggio e pubblicazione delle prestazioni dei data center. Il regolamento delegato (UE) 2024/1364 ha poi definito informazioni e indicatori da comunicare alla banca dati europea. Il nuovo rating usa proprio questi dati già raccolti: l’etichetta viene generata automaticamente dalla piattaforma, senza richiedere una seconda rendicontazione parallela.

Perché il tema cresce insieme all’intelligenza artificiale

Nel regolamento delegato e nella relazione esplicativa, la Commissione ricorda che i data center nell’UE hanno consumato 68 TWh di elettricità nel 2024. La previsione citata arriva a 114 TWh nel 2030, pari al 3,2% della domanda elettrica dell’Unione, con l’adozione accelerata dell’AI tra i principali fattori di crescita.

Il punto non è contrapporre innovazione e sostenibilità. La capacità di calcolo è una risorsa strategica, ma la sua crescita deve essere progettata insieme alle reti elettriche, alla disponibilità idrica e al recupero del calore. Un data center può diventare più efficiente senza ridurre il consumo assoluto del settore se, nello stesso periodo, aumenta rapidamente la capacità installata. Per questo l’efficienza va letta insieme a scala, localizzazione e andamento della domanda.

Che cosa mostra l’etichetta europea

Il sistema assegna classi da A a G a due indicatori: Power Usage Effectiveness (PUE) e Water Usage Effectiveness (WUE). Il PUE mette in relazione l’energia totale usata dal data center con quella impiegata dalle apparecchiature informatiche; il WUE misura il rapporto tra consumo idrico e consumo energetico degli apparati IT.

L’etichetta non si limita a due lettere. Comprende il periodo di riferimento, il tipo e la classe dimensionale della struttura, la localizzazione, la composizione delle fonti energetiche, la disponibilità a fornire flessibilità alla rete e la predisposizione al recupero del calore di scarto. È previsto anche un QR code verso la versione pubblica presente nella banca dati europea.

La Commissione chiarisce nelle sue domande e risposte che il confronto va effettuato tra strutture della stessa area o con caratteristiche simili. Clima, dimensione, anzianità, tasso di occupazione e stress idrico locale influenzano gli indicatori. Una classe non dovrebbe quindi diventare un punteggio isolato, usato senza il contesto che lo rende significativo.

Efficienza energetica e idrica possono richiedere un compromesso

Ridurre il consumo elettrico del raffreddamento non significa automaticamente ridurre anche quello idrico. In alcune configurazioni, migliorare il PUE può peggiorare il WUE. Gli allegati al regolamento chiedono infatti che il documento di accompagnamento spieghi questa interdipendenza e consideri il livello di stress idrico della zona.

È una lezione utile anche per la governance aziendale: un singolo KPI può premiare una scelta e nasconderne il costo su un’altra risorsa. La valutazione dovrebbe includere almeno energia, acqua, emissioni associate alle fonti, flessibilità verso la rete, recupero del calore e qualità dei dati.

Dal rating al procurement di cloud e AI

Per molte organizzazioni il data center non è gestito direttamente. L’impatto passa attraverso fornitori cloud, hosting, software as a service e piattaforme AI. Il rating europeo può allora diventare una nuova fonte di evidenze nella selezione e nella gestione dei fornitori.

Nei capitolati e nelle richieste di offerta conviene evitare formule vaghe come “infrastruttura green”. È più utile chiedere quali strutture erogheranno il servizio, se rientrano nel sistema europeo, a quale periodo si riferiscono i dati e come vengono gestiti i compromessi tra energia e acqua. Occorre inoltre distinguere l’etichetta del data center dalla sostenibilità complessiva del servizio: architettura applicativa, utilizzo delle risorse, conservazione dei dati e carichi AI restano responsabilità progettuali del cliente e del fornitore.

Il rating non sostituisce certificazioni, audit o valutazioni contrattuali. Offre però una base comune, utile per confrontare evidenze omogenee e per seguire nel tempo l’evoluzione delle prestazioni.

Una checklist operativa per imprese e PA

  • Mappare i servizi critici: collegare applicazioni, dati e workload AI ai cloud provider e, quando disponibile, alle regioni o alle strutture fisiche che li ospitano.
  • Definire KPI leggibili: richiedere PUE e WUE contestualizzati, mix energetico, flessibilità di rete e predisposizione al recupero del calore.
  • Controllare il periodo dei dati: un’etichetta è una fotografia riferita a un ciclo di rendicontazione, non una qualità permanente.
  • Confrontare strutture simili: evitare graduatorie che ignorino clima, dimensione, età, occupazione e stress idrico locale.
  • Inserire clausole di aggiornamento: prevedere la consegna periodica delle evidenze e la gestione di peggioramenti significativi.
  • Misurare anche la domanda: ottimizzare codice, storage, modelli e frequenza dei carichi, perché l’infrastruttura efficiente non compensa automaticamente un uso inefficiente.

La sostenibilità digitale diventa una decisione di governance

Il rapporto della Commissione sull’efficienza dei data center mostra una direzione chiara: rendicontazione, rating e possibile definizione futura di standard minimi formano tre passaggi consecutivi. Non è ancora corretto presentare questi standard come già applicabili, ma è prudente preparare ora dati, responsabilità e criteri di acquisto.

Per imprese e PA la domanda non è soltanto “quanto è efficiente il data center?”, ma “come questa informazione modifica una decisione tecnologica, contrattuale e territoriale?”. Se vuoi trasformare i nuovi indicatori europei in requisiti di procurement, controlli sui fornitori o una roadmap di sostenibilità digitale, contattami, seguimi o scrivimi.

Nota di trasparenza: questo contenuto, sia testuale sia visuale, è stato realizzato in parte con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, sotto supervisione e revisione umana.