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Papa Leone XIV e l’IA: Magnifica Humanitas e il cammino che avevamo già iniziato

Ieri, 25 maggio 2026, Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica: Magnifica Humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Leggendo quelle parole, mi sono fermato. Non per sorpresa, ma per qualcosa di più intimo: il riconoscimento. Quella voce veniva da lontano, ma parlava di qualcosa che inseguo da anni.

Chi mi conosce, chi ha letto i miei libri, chi ha seguito i miei corsi alla Pontificia Università Urbaniana o al Collegio Leoniano di Anagni, sa che il rapporto tra la Chiesa e le nuove tecnologie non è per me un tema accademico. È una vocazione. È il filo rosso di una vita professionale e spirituale che cerca di tenere insieme l’algoritmo e il Vangelo, il dato e la dignità, la rete e la comunità.

Cosa ha detto il Papa

L’enciclica è un documento dottrinale di 245 paragrafi, articolati in cinque capitoli, che affrontano con coraggio la questione più urgente del nostro tempo: l’intelligenza artificiale non è uno strumento neutro. Non conta solo come la usiamo, ma come la progettiamo e, soprattutto, con quale visione dell’essere umano la mettiamo al mondo.

«Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi.

– Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas (2026)

Il Pontefice richiama i principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa — dignità della persona, bene comune, sussidiarietà, solidarietà — come bussola per navigare la rivoluzione digitale. E mette in guardia da ciò che chiama la cultura della potenza: quella tendenza dei sistemi algoritmici ad amplificare il potere di chi già possiede risorse, dati e competenze, lasciando indietro tutti gli altri.

Non è solo un documento religioso. È un manifesto antropologico. Ed è, per molti versi, la stessa riflessione che porta avanti da decenni chi si occupa seriamente di pastorale digitale.

Un cammino iniziato molto prima

Nel 2015 pubblicai Pastorale Digitale 2.0, frutto di un’esperienza nata nel 2014 insieme a Don Tomas Jerez ed Enrico Mancini: comunicare la Parola di Dio attraverso i social network, non come slogan, ma come missione autentica. Qualcuno sorrise. Qualcuno chiese: “Cosa c’entrano Facebook e il Vangelo?”

La risposta che davo allora era semplice: come fece San Paolo a Corinto, cambiando luogo e linguaggio ma non la sostanza della Buona Novella, così oggi la Chiesa è chiamata a farsi presente nei luoghi dove le persone vivono, pensano e comunicano. Ieri quei luoghi erano le piazze e le sinagoghe. Oggi sono i feed, i podcast, i canali digitali. Domani potranno essere spazi di realtà aumentata o ecosistemi governati dall’IA.

Nel 2024, insieme a Fortunato Ammendolia, ho portato questo ragionamento un passo avanti nel volume Chiesa e Pastorale Digitale. In uscita verso una società 5.0, edito da Il Pozzo di Giacobbe. Il titolo parla da solo: non si tratta di adattarsi al digitale, ma di uscire — come suggerisce Papa Francesco con la sua visione di Chiesa in uscita — verso una società sempre più connessa, complessa e, ora, plasmata dall’intelligenza artificiale.

Il cerchio si chiude — o forse si apre

Leggere oggi l’enciclica Magnifica Humanitas non mi dà la sensazione di essere arrivato a destinazione. Al contrario: mi dà la sensazione che il viaggio stia davvero iniziando, ma su un piano più alto. La Santa Sede ha preso parola in modo solenne, chiaro, coraggioso. Ha detto al mondo: l’IA non può essere lasciata sola nelle mani di chi detiene il capitale e i server.

Per chi lavora ogni giorno tra ingegneria delle telecomunicazioni, cybersecurity, consulenza alle diocesi, didattica dell’IA nei pontifici atenei e ricerca sull’etica digitale, questo non è un punto di arrivo. È una conferma. Una di quelle conferme silenziose che arrivano quando si capisce che si stava camminando nella direzione giusta, anche nei momenti di dubbio.

«La Pastorale Digitale non è una nuova pastorale. È lo stesso messaggio di fede ed evangelizzazione che predicò Gesù — cambia il mezzo, non la verità.»

-Riccardo Petricca, Pastorale Digitale 3.0 (2022)

Quello che il Papa chiede alla società e agli sviluppatori di IA — «criteri di giustizia sociale condivisa» — è esattamente ciò che la riflessione teologica e pastorale sulle nuove tecnologie ha sempre chiesto dall’interno: che la tecnica serva l’umano, non lo sostituisca; che la connessione non rimpiazzi la comunione; che l’efficienza non cancelli la misericordia.

Un messaggio di unione

Viviamo in un tempo di grandi rivoluzioni. Come la Rerum Novarum del 1891 aprì la Chiesa al dialogo con la questione operaia, con la rivoluzione industriale, così la Magnifica Humanitas del 2026 apre il dialogo con la questione algoritmica: con la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Non si tratta di scegliere tra fede e tecnologia, tra croce e chip, tra il campanile e il data center. Si tratta di capire che l’essere umano è sempre stato, nella sua essenza più profonda, un essere relazionale, creativo e spirituale — e che nessuna macchina, per quanto potente e raffinata, può esaurire questo mistero.

La Chiesa non è nemica del futuro. È custode di qualcosa che il futuro, da solo, non riuscirà mai a generare: il senso. Il perché. La dignità irriducibile di ogni persona, di ogni volto, di ogni storia.

E noi ingegneri, teologi, educatori, comunicatori, fedeli e curiosi, abbiamo il compito di tenere aperto quel dialogo. Non con paura. Non con nostalgia. Ma con quella magnifica umanità che il Pontefice ha scelto non a caso come titolo: perché è l’umanità, nella sua grandezza e nella sua fragilità, il vero algoritmo che nessuno ha ancora saputo replicare.

La tecnologia può connettere il mondo.
Solo la fede può unire le anime.
Camminiamo insieme, nelle reti e oltre le reti,
verso quella società in uscita che sa ancora
guardare ogni persona come un miracolo.

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